I latifundi e la schiavitù hanno distrutto l'Italia antica

Dalle fonti classiche emerge che le grandi proprietà lavorate da schiavi sostituirono la piccola proprietà libera, rovinando economia e tessuto sociale.

Mai letto autori classici latini ? La cultura ?
Giovenale (Satire): Nella Satira III,
"Iam pridem Syrus in Tiberim defluxit Orontes" (Già da tempo l'Oronte siriano è sfociato nel Tevere). Giovenale lamenta che la lingua, i costumi, la musica e le religioni dell'Oriente (la Siria, in particolare) abbiano ormai sommerso Roma, rendendola una città orientale ed estranea ai suoi antichi valori.

Tacito (Annales): Descrive Roma come il luogo in cui "tutte le cose atroci e vergognose da ogni parte del mondo confluiscono e sono celebrate". Pur non citando solo il Medio Oriente, si riferisce alla massa di schiavi, liberti e immigrati che trasformavano il volto demografico della capitale.

Seneca (Consolatio ad Helviam): Seneca osserva che la maggior parte della popolazione di Roma non era originaria della città. Scrive che la gente era accorsa da tutto il mondo: per ambizione, per affari, o perché spinta dalla schiavitù.

Ammiano Marcellino (Res Gestae): Scrivendo nel IV secolo, descrive una Roma popolata da una plebe urbana pigra e multietnica, più interessata ai giochi del circo e al pane gratuito che ai doveri civici. Descrive una città dove gli stranieri colti vengono cacciati durante le carestie, mentre migliaia di ballerine e "parassiti" stranieri vengono autorizzati a restare.

Plinio il Giovane (Epistulae): In diverse lettere descrive la difficoltà di trovare contadini liberi e lamenta la scarsa natalità nelle famiglie italiche. In una celebre lettera a Traiano, ringrazia per il ius trium liberorum (i privilegi per chi aveva tre figli), sottolineando quanto fosse raro e necessario per ripopolare la città.

Tacito (Annales): Nel libro III, Tacito discute il fallimento delle leggi di Augusto (Leges Iuliae) destinate a incoraggiare il matrimonio e la procreazione. Nota come, nonostante le leggi, il numero di chi preferiva non avere figli rimanesse alto, poiché la mancanza di eredi conferiva un certo potere sociale (essere "corteggiati" dai cacciatori di testamenti).

La piccola proprietà terriera, gestita dal cittadino-soldato, viene distrutta dalle continue guerre e sostituita da immense tenute lavorate da schiavi.
Plinio il Vecchio (Naturalis Historia): È l'autore della celebre e amara sentenza:
"Latifundia perdidere Italiam" (I latifondi hanno rovinato l'Italia). Plinio spiega che le grandi proprietà, lavorate da catene di schiavi e non da uomini liberi, avevano distrutto l'economia agricola e il tessuto sociale della penisola.

Columella (De Re Rustica): Nel I secolo d.C., si scaglia contro i proprietari terrieri che abbandonano la cura dei campi a schiavi spesso maltrattati o incompetenti, rimpiangendo l'epoca in cui i consoli romani aravano personalmente la terra.

Appiano (Bellum Civile): Sebbene scriva nel II secolo d.C., descrive con precisione come i ricchi, usando manodopera servile (perché gli schiavi non erano soggetti alla leva militare, a differenza dei liberi), avessero cacciato i piccoli contadini dalle loro terre, portando a uno spopolamento della "razza italica".

@GiovanniZibordi

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