La rivoluzione è già stata fatta dal capitale
Niente soggetto rivoluzionario, niente lotta di classe: il capitale ha vinto assorbendo tutto, anche la speranza di cambiamento.
Che fare? A cento anni dalla morte di Lenin è difficile rispondere a questa domanda, perché - diciamolo pure con qualche amarezza - tutto sembra già stato fatto e noi spesso non siamo altro che spettatori della nostra impotenza. È così, prendiamone atto, senza per questo scoraggiarsi: si può fare ancora la guerra e morire in una trincea come nel secolo scorso e anche prima, ma non si può più fare la rivoluzione e morire su una barricata. Marx pensava che il comunismo avrebbe alla fine abolito lo Stato, Lenin pure in Stato e rivoluzione, ma gli Stati ci sono ancora e si fanno la guerra tra loro (in fondo è nella loro natura, avrebbe detto Hegel, farsi la guerra), mentre non essendoci più classi “la rivoluzione” (in quel senso) è scomparsa. La lotta armata è solo al fronte o tutt’al più la guerra è anche civile, ma chi oggi pensa ancora di sovvertire l’ordine costituito è un anarchico che vive e muore di illusioni, da tenere assurdamente rinchiuso al 41 bis solo perché non ci sono più i manicomi. Beninteso, non ci sono più le rivoluzioni, ma le rivolte ci sono e ci saranno sempre, ma non perché si vuole “cambiare il mondo”, semplicemente perché a volte ci si stufa di questo mondo. E allora non resta che la violenza su di sé o sugli altri. Non c’è pace, il conflitto è sempre latente, anche se di solito prevale l’adattamento, l’assoggettamento.
La rivoluzione implica l’esistenza di un soggetto che sia in grado di farla. Ancora negli anni Sessanta del secolo scorso alcuni ritenevano che quella “intelligenza sociale”, capace di interpretare e al contempo trasformare la società, fosse la classe operaia. Ma era solo l’ultima illusione. E senza un soggetto rivoluzionario non c’è rivoluzione: finita la borghesia, finito il proletariato è finita anche la lotta di classe. Non c’è più il servo e neppure il padrone. Entrambi ora sono “soggetti”, nel senso di sottomessi, e quel che più conta felici di esserlo. Credono di essere liberi e invece sono solo felici di essere sottomessi. Il capitale inglobando il lavoro è diventato totale. Ammettiamolo, la rivoluzione l’ha fatta il capitale che ormai per valorizzarsi non ha quasi più bisogno del lavoro e in prospettiva forse neppure del lavoratore. E questo il motivo – che sfugge a Byung-Chul Han - per cui la cui rivoluzione oggi è impossibile. È vano attendere la “rivoluzione”, pensare al radioso domani che non ci sarà mai, perché c’è già stata. Negli anni Cinquanta del secolo scorso l’alternativa era: “socialisme ou barbarie”, ma il socialismo nella forma del compromesso socialdemocratico in Occidente e in quella del capitalismo di Stato in Oriente si è già realizzato e quello che oggi dappertutto si prospetta è la barbarie globalista dal volto postumano.
C’è però ancora una speranza e ci sarà sempre finché ci saranno uomini sulla terra con le loro ragioni e le loro emozioni. Che fare, dunque, oggi? L’unica cosa che non possiamo permetterci di dire è che non c’è più niente da fare. La realtà è ancora fatta di carne e di sangue e non di ologrammi, di concretezza e non di algoritmi. Invece di accedere ad altre vite virtuali, iperreali, sciogliendosi dalla propria natura, dopo aver da tempo perso il contatto con la natura, è meglio cercare di recuperare il senso concreto, esistenziale della vita quotidiana, di ciò che ci lega, delle piccole cose che abbiamo perduto, del tempo perduto e ritrovato, degli affetti sinceri che ci accomunano, delle relazioni intersoggettive e lasciarsi con leggerezza sorprendere dagli eventi, dalle situazioni, perché anche se la storia non ha più un fine è senza fine. La vita quotidiana è la misura di tutte le cose. Non si tratta di rifugiarsi nella vita privata, dopo le delusioni subìte in quella pubblica, di rimanere in silenzio rispetto alle ingiustizie e alla criminalizzazione dei disobbedienti, ma piuttosto di allontanarsi da tutte le fonti di alienazione, paura, manipolazione, per dotare di senso il tempo, anche se è finito quello della rivoluzione.