L'Iran può diventare superpotenza globale se gli USA continuano a escalare

Gli attacchi limitati non indeboliscono ma legittimano l'Iran, frammentano le alleanze e innescano escalation incontrollabile; l'off-ramp era possibile il 27 febbraio, non più.

editoriale oggi sul NY Times di noto esperto e prof
Robert, 6 aprile 2026. Dice in sostanza che con questo conflitto l'Iran può diventare una potenza mondiale

(“Prima che il dibattito inizi: le sei domande che spiegano davvero questa guerra”)
L’autore (Prof. Robert Pape) sostiene che il conflitto USA-Iran ha raggiunto un punto di svolta strutturale: gli Stati Uniti devono decidere se escalare verso una guerra di terra o accettare che l’Iran diventi una nuova superpotenza globale insieme a USA, Cina e Russia.

Il dibattito pubblico rischia di diventare rumore se non si parte dalle domande giuste.Ecco le sei domande fondamentali e le risposte dell’articolo:È solo una questione di Trump o c’è qualcosa di più profondo?
Trump conta, ma il problema è strutturale e nasce nei primi anni 2000, quando fu rivelato il programma nucleare iraniano a Natanz. Da allora il rapporto USA-Iran è diventato militare, non solo politico. Le diverse strategie (accordo nucleare 2015 vs. massima pressione) hanno portato allo stesso punto: una volta iniziati i grandi attacchi, la logica dell’escalation sfugge al controllo del singolo leader.

Qual è l’argomento più forte della strategia dell’amministrazione e dove fallisce?
L’idea è usare attacchi limitati (nucleare, missili, comando) per indebolire l’Iran e spingere verso un negoziato. Sembra razionale, ma la storia (Vietnam, Kosovo) mostra che gli attacchi “limitati” quasi mai restano tali: creano pressione per colpire di più. L’Iran risponde orizzontalmente (petrolio, stretto di Hormuz) e il conflitto si allarga.

Perché il potere dell’Iran sta cambiando proprio ora, se aveva già queste capacità?
L’Iran poteva chiudere lo Stretto di Hormuz da decenni, ma non l’ha mai fatto per primo. Aspettava che fosse gli USA ad attaccare per apparire come vittima. Gli attacchi americani del 28 febbraio hanno ribaltato la narrazione: ora il mondo vede l’Iran come “risposta” e non come aggressore. Questo frammenta le alleanze contro l’Iran e mette il peso dell’escalation sugli USA.

Se chiunque può disturbare lo Stretto di Hormuz, come fa l’Iran a “controllarlo”?

Non si tratta di chiuderlo completamente, ma di dimostrare di poter imporre costi ripetuti e credibili. Basta questo per far schizzare i premi assicurativi, cambiare le rotte delle navi e costringere il mondo a trattare. L’Iran ha un vantaggio asimmetrico: per lui il caos controllato è conveniente, per USA e alleati del Golfo è dannoso.

Esiste ancora una via d’uscita (off-ramp)?

C’era. Il 27 febbraio l’Iran aveva offerto un accordo limitato (arricchimento basso + ispezioni come nel 2015). Gli USA hanno rifiutato e attaccato. Ora l’Iran è vicino alla soglia nucleare, controlla circa il 20% del petrolio mondiale e si coordina con Russia e Cina. Qualsiasi futuro accordo richiederebbe concessioni enormi da parte USA/Israele. Non è più un negoziato da posizione di forza americana.

Cosa dobbiamo osservare nei prossimi giorni?
Non le parole, ma la logistica. Segnali concreti di preparazione a una guerra di terra: voli massicci di C-17 e C-5
spostamento di munizioni, carburante e unità mediche
ampliamento delle basi regionali
Se questi segnali ci sono, la decisione è già presa.

Conclusione

Il conflitto non è più guidato da personalità, ma dalla “Escalation Trap” (trappola dell’escalation): ogni mossa crea incentivi per la mossa successiva. O gli USA escalano ulteriormente per riprendere il controllo, oppure dovranno adattarsi a un nuovo ordine mondiale in cui l’Iran è la quarta grande potenza.

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