Trump accerchia la Cina affamandola di petrolio
Blocare Iran, Venezuela e Iraq toglie 25-30 milioni di barili al giorno a Pechino: la vera strategia dietro l'escalation.
ASSETARE IL DRAGONE
Israele ha interesse al disfacimento del suo più importante antagonista regionale e utilizza la potenza militare americana per ottenere questo. Ok, Ma c’è dell’altro.
Perche questa guerra capita proprio dopo la cattura di Maduro?
La lettura semplicistica che ne viene fatta è che Trump è impazzito e vuole sterminare i suoi presunti nemici.
Scaviamo più a fondo.
Il 90% del petrolio iraniano viene (veniva) acquistato dalla Cina. Parliamo di circa 1,5 milioni di barili al giorno, coprendo il 12% del fabbisogno cinese.
Questi milioni di barili di petrolio la Cina li ha comprati a sconto, con un prezzo di favore più basso di 5-10 dollari a barile rispetto al prezzo del mercato e senza pagare in dollari.
Andiamo avanti. Se l’Iran copriva il 12% del fabbisogno petrolifero cinese (con prezzi pesantemente scontati), un altro 3-4% del fabbisogno cinese era coperto dal petrolio venezuelano. Caracas al 2025 vendeva circa l’80% del suo pesante e bituminoso petrolio a Pechino con sconti pesanti (tra i 12 e 18 dollari a barile rispetto al Brent); si trattava di un greggio ideale per le raffinerie indipendenti della provincia dello Shandong, che hanno strutture calibrate proprio per processare bitume e greggi densi a basso costo.
Andiamo avanti. Un altro pilastro è l’Iraq, che da solo copre un altro 10% del fabbisogno cinese. Anche se pochi lo sanno e nessuno ne parla, la Cina ha investito massicciamente nelle infrastrutture estrattive irachene, garantendosi canali preferenziali per l'acquisto del greggio. Forse pochi sanno che la Cina negli anni è diventata il principale partner economico dell’Iraq e il pilastro della sua ricostruzione. Gli investimenti cinesi si sono basati su un modello pragmatico chiamato "Oil-for-Construction" (Petrolio in cambio di infrastrutture). Ad oggi la Cina controlla oltre il 50% della produzione petrolifera irachena gestendo i più grandi giacimenti nel paese.
L'Iraq esporta verso la Cina circa 1,1 - 1,2 milioni di barili al giorno, e questo rappresenta circa il 30-35% di tutte le esportazioni irachene. Il problema è che il 90% del petrolio iracheno viene estratto a sud (Bassora) e deve passare per Hormuz, quindi il blocco navale di Hormuz non ferma solo il petrolio iraniano ma anche quello iracheno.
Ok, fatto 100 i barili “bevuti” da Pechino, Trump con l’operazione Maduro e il blocco di Hormuz gliene ha levati 25-30 di cui 15 in saldo.
Cosa resta alla Cina? Fondamentalmente due cose: Russia e riserve interne.
Nel marzo 2026, la Cina ha raggiunto la cifra record di 1,3 miliardi di barili in stoccaggio (circa 120 giorni di autonomia). Ora Pechino sta letteralmente “bevendo” le proprie scorte per evitare il blocco totale dell'economia.
La Russia, via oleodotto terrestre (ESPO), sta pompandone circa 2 milioni al giorno che non passano per Hormuz. Questo è oggi l'unico flusso "sicuro" della Cina.
La Russia da sola copriva il 18-20% del fabbisogno cinese, rappresentando già prima della guerra e dell’operazione Maduro la prima fonte di energia per la Cina (la seconda era l’Arabia Saudita il cui export è comunque danneggiato dalla chiusura di Hormuz.
Oggi Mosca è rimasta l’unica certezza per Pechino. Ma da sola non riesce a rimpiazzare il petrolio mancante. E le scorte prima o poi si esauriranno.
Il dragone inizia ad aver sete. E se questa sete non verrà soddisfatta, prepariamoci a un calo della produzione industriale, un aumento dei costi da parte della prima fabbrica del mondo, e una riduzione delle importazioni dei nostri prodotti, il che si ripercuoterà su tutta la nostra già fragile economia.
Cosa manca nel puzzle? La guerra in Ucraina. L’Europa inizia ad avere seri problemi di approvvigionamento. Congelare il conflitto e ristabilire un canale commerciale con Mosca non sarebbe solo nell’interesse europeo, ma anche americano per chiudere o quantomeno affievolire l’ultimo rubinetto rimasto a Pechino. Questo ha Bruxelles non lo hanno capito. E a Roma neppure.